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Gli Impresentabili Il Parlamento degli inquisiti

Silvio Berlusconi un premier impresentabile

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Il pugile suonato che sa di essere destinato a finire al tappeto prima della fine del terzo round generalmente batte i pugni sul petto, sbraita e fa la faccia cattiva, per esorcizzare la paura che gli fiacca le gambe e gli accorcia il fiato. Proprio come pugili suonati Silvio Berlusconi e l’Armata Brancaleone che compone il suo governo, gonfiano i muscoli, costruiscono vittorie immaginarie e ostentano ottimismo fuori luogo per dissimulare la realtà che parla di un Paese ormai ridotto allo stato di malato terminale, al quale il cerusico di turno tenta di somministrare l’ennesimo placebo, urlando a squarciagola che grazie a quell’intruglio il malato si rialzerà e fra pochi giorni sarà pronto per correre la maratona.

Il penoso teatrino mediatico portato avanti in questi giorni a cavallo del Ferragosto, prendendo spunto da un ridicolo articolo comparso sul settimanale americano Newsweek, dal titolo “miracolo in 100 giorni” e scritto in tutta evidenza da un giornalista la cui conoscenza dell’Italia non va molto oltre le cartoline illustrate per turisti, dimostra inequivocabilmente la paura e l’insicurezza di un governo costretto a vantare pubblicamente meriti immaginari e successi di fantasia per ostentare forza laddove emergono impietosamente debolezza e assoluta mancanza d’idee.
Se i giudizi di Newsweek, secondo i quali Berlusconi starebbe offrendo agli italiani la sicurezza economica che chiedono con il suo pugno di ferro in un guanto di velluto, possono essere in parte scusabili con l’evidente ignoranza degli affari italici da parte di chi ha redatto l’articolo, ben meno scusabile risulta il “belare” dei giornali e delle TV di casa nostra riguardo ai primi 100 giorni dell’esecutivo, descritti come un successo con le motivazioni più svariate che hanno in comune il solo fatto di non trovare alcun riscontro nella realtà dei fatti.

La manovra finanziaria messa in cantiere e descritta a più riprese come “rivoluzionaria”, al di là di alcune trovate pubblicitarie e populiste, come la Robin tax e le carte di credito prepagate per gli anziani, si manifesterà esclusivamente come un’operazione di sistematico taglio della spesa sociale e dei servizi ai cittadini, con il triste corollario della regalia fatta ai privati della gestione dei servizi pubblici locali di primaria importanza quali acqua, gas e trasporti.

Il pacchetto sicurezza presentato come un disegno ambizioso finalizzato a far “dormire sonni tranquilli” agli italiani ha partorito l’immunità per le più alte cariche dello Stato, le uniche che i sonni tranquilli li dormiranno davvero. Per il resto un coacervo di norme contraddittorie e confusionarie fra le quali spiccano la militarizzazione delle città italiane, il contestato (e in buona parte abortito) tentativo di prelevare le impronte digitali dei rom e quello meno contestato ma sicuramente destinato ad andare a buon fine di prelevarle a tutti gli italiani.
Secondo le parole dello stesso ministro Maroni nei primi 10 giorni i militari adibiti ai compiti di ordine pubblico avrebbero arrestato 37 persone, delle quali 33 extracomunitari, mentre sempre secondo le parole di Maroni nei primi 7 mesi dell’anno (compresi i primi 100 giorni del governo Berlusconi) gli sbarchi di immigrati clandestini in Italia sono raddoppiati rispetto all’analogo periodo del 2007 passando da 8266 a 15378. Un grande successo davvero.

La farsa dei rifiuti di Napoli, vaporizzatisi miracolosamente non appena la triade Berlusconi – Bassolino – Impregilo ha ordinato agli spazzini di andare nelle strade a recuperarli, ha rappresentato un vero insulto all’intelligenza, nonostante su Newsweek venga descritta come un miracolo del Cavaliere. Il ministro Brunetta ha iniziato una vera e propria crociata contro i dipendenti statali i cui frutti tangibili si possono leggere nella netta diminuzione dei giorni di assenza per malattia da parte dei lavoratori “terrorizzati”, giorni che scenderanno a zero allorquando Brunetta riuscirà nell’intento di sostituirli con dipendenti precari che non avranno neppure diritto alla mutua. Il ministro degli Esteri Frattini è riuscito, cosa mai verificatasi a memoria d’uomo, a dirimere una grave crisi internazionale come la guerra fra Ossezia e Georgia, pur restando comodamente adagiato su un lettino sotto il sole delle Maldive. Il ministro dell’Ambiente Prestigiacomo in 100 giorni non ha ancora praticamente prodotto nulla, ma conoscendo la sua competenza in materia probabilmente è meglio così. Il ministro Scajola autore di sistematici insulti nei confronti dei morti sul lavoro è riuscito a “riportare” il nucleare in Italia nel momento in cui nelle centrali atomiche francesi si verifica una fuga radioattiva dietro l’altra. Giovanardi litiga con Famiglia Cristiana definendola un giornale “cattocomunista”. Il ministro La Russa promette l’invio dell’esercito in Georgia all’amico Bush, dimenticando che gli ultimi sodati a disposizione (dopo quelli schierati in Bosnia, in Afghanistan, in Libano e in qualche altra mezza dozzina di parti del mondo) sono nelle strade ad espletare funzioni di ordine pubblico o posti a guardia delle infrastrutture per contrastare i cittadini che protestano.

Si potrebbe continuare a lungo a tessere le lodi del Cavaliere e del suo ispirato governo in questi primi miracolosi 100 giorni, ma in questo modo si rischierebbe di non comprendere per quale arcana ragione in Italia, nonostante cotanta espressione di arti magicali, le cose continuino ad andare male come e più di prima. I salari dei lavoratori italiani continuano ad essere i peggiori d’Europa, gli stipendi dei parlamentari al contrario restano i più alti d’Europa, il crollo dell’economia continua senza sosta, l’inflazione galoppa ed il potere d’acquisto dei cittadini scende drammaticamente sempre più in basso, non si contano le aziende che chiudono i battenti e tutte le aziende (pubbliche e private) licenziano i dipendenti per inseguire qualche briciola di redditività.
E’ molto difficile riuscire ad afferrare i contorni del miracolo dei primi 100 giorni del governo Berlusconi, ma diventa assai più semplice immaginare appena dietro l’angolo la sagoma di Waterloo, quanto mai realistica dal momento che le premesse ci sono tutte.
 
 

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di chiaiaNOdiscarica No alla discarica a Chiaiano

Nella Terra dei Fuochi, nonostante la tanto sbandierata fine dell’emergenza rifiuti, è possibile assistere ad un amaro spettacolo: roghi che sprigionano nell’aria fumi neri e nauseabondi. Durante questi incendi vengono bruciati rifiuti speciali terribilmente tossici. L’odore acre di plastica bruciata è dannatamente inconfondibile. Tra le sostanze prodotte dalla combustione di questi rifiuti è presente la diossina (in realtà sarebbe più corretto parlare di diossine e furani). La parola diossina risulta legata storicamente ad un terribile incidente avvenuto circa trent’anni fa nei pressi del paesino lombardo di Seveso.

Seveso 10 luglio 1976 ore 12.37

Nello stabilimento chimico dell’ ICMESA una valvola di sicurezza del reattore A-101 esplode provocando la fuoriuscita di alcuni chili di diossina nebulizzata. (la quantità esatta non è quantificabile, qualcuno dice 10-12 chili, altri di appena un paio). Il vento disperde la nube tossica verso est; nella Brianza. Il giorno dopo, domenica 11 luglio, nel pomeriggio, due tecnici dell’ICMESA si recano dal sindaco di Seveso, Emilio Rocca, per metterlo al corrente di ciò che è accaduto nello stabilimento e rassicurandolo che la situazione non desta preoccupazioni perché è già tutto sotto controllo. Dopo 4 giorni dall’incidente inizia la moria degli animali, muoiono galline, uccelli, conigli. Le foglie degli alberi ingialliscono e cadono, e gli alberi in breve tempo muoiono come tutte le altre piante. Nell’area interessata vivono circa 100.000 persone. E solo dopo pochi giorni si verificano i primi casi d’intossicazione nella popolazione. (…). L’inalazione del composto crea problemi respiratori. (…) Tra la popolazione colpita ci sono parecchie donne incinte e si diffonde la preoccupazione per gli effetti della contaminazione sui futuri nascituri. Ma gran parte degli “esperti” tendono a tranquillizzare tutti sminuendo gli effetti della diossina. Si fanno migliaia di analisi del sangue e delle urine, ma non si arriva a capo di nulla. (…) L’11 ottobre dopo 3 mesi, gli abitanti evacuati dalla zona A rientrano nei loro terreni e indicono una protesta bloccando la strada Meda-Milano. Vogliono rientrare nelle loro case e riprendere possesso della loro vita. Protestano contro il progetto della Provincia e della Regione di costruire un inceneritore a Seveso. Ritorna l’esercito per controllare la zona inquinata ed impedirne l’accesso. Sale la tensione e il malcontento verso le istituzioni che sembrano non voler prendere provvedimenti adeguati. Si chiede la bonifica dell’area come era stato promesso e si suggerisce l’asportazione del terreno inquinato e la collocazione in siti adeguati. Proprio per la tutela degli abitanti nel 1977 viene istituito l’Ufficio Speciale per Seveso.

La Diossina

Diossina è un nome generico che indica vari composti tossici; il più noto, indicato con la sigla TCDD-Tetra.Cloro.Difenil.Diossina. La diossina è una sostanza altamente tossica in grado di provocare seri danni al cuore, ai reni, al fegato,allo stomaco e al sistema linfatico.

Il composto si deposita sui terreni è non assolutamente biodegradabile né l’intaccano i microrganismi presenti nel terreno. Penetra nell’organismo attraverso la respirazione, per contatto con l’assunzione di cibo, soprattutto carne, pesce e latticini. Nei casi di esposizione e poiché si deposita nei grassi, è soggetta ad accumulo biologico.

Nei topi da laboratorio provoca tumori, disturbi al sistema nervoso, anomalie genetiche . Ancora non è stato accertato quali possano essere gli effetti a lungo termine sull’uomo. Gli abitanti di Seveso e zone limitrofe sono ancora oggi soggetti da laboratorio per lo studio degli effetti della diossina. La diossina non uccise nessun essere umano al momento, ma distrusse l’equilibrio eco-biologico di una vasta aera di territorio e decretò la morte civile di un’intera popolazione.

Si sospetta che a 30 anni di distanza il terreno sia ancora intriso di diossina nonostante lo stabilimento chimico sia stato interrato ed al suo posto ci sia ora il ” Bosco delle Querce” impiantato in seguito nella zona, con flora e fauna importata a segnare con un itinerario della memoria un evento da non dimenticare (…)

I danni materiali e morali di questo disastro ecologico provocato dall’uomo restano incalcolabili. L’articolo completo è disponibile a questo indirizzo: clicca qui. (fonte: pagine70.com)

Sui terreni a nord di Napoli ed a sud di Caserta, devastati da trent’anni di scempi ecologici, l’attuale governo vuole costruire nuove megadiscariche ed inceneritori. E’ possibile ammazzare due volte chi risulta già morto? Si può continuare a devastare le poche zone verdi del nostro territorio?

Si può condannare una popolazione ed i suoi figli a lottare tutta la vita contro tumori di ogni genere? Quanti morti dovremo ancora piangere prima che chi ci governa capisca che ci sono soluzioni meno inquinanti e più economiche rispetto a quelle imposte a suon di esercito e manganello?

 
 
 
 
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di Antonello Tomanelli avv.

Commistione tra cronaca e critica. E’ questo il modo più efficace per rappresentare lo stile di Emilio Fede quando conduce il tg4. Uno stile che se può risultare accattivante per il pubblico televisivo meno evoluto, certamente si sostanzia nella violazione più grezza, più palese in cui può incorrere un giornalista.

Il giornalista conduttore di un tg relaziona il telespettatore al fatto in tempo pressoché reale. Tramite i telegiornali viene acquisita la notizia. E’ il momento della cronaca in senso stretto. Momento molto delicato, perché la conoscenza che avrà il telespettatore del fatto o del comportamento oggetto di notizia dipenderà moltissimo non solo da cosa dirà il conduttore, ma anche da come lo dirà.

Essendo il tramite tra il fatto e la collettività, il giornalista conduttore deve comunicare la notizia così come nata dalla fonte, ossia nella maniera più asettica. Non deve mai eccedere lo scopo informativo. Il suo linguaggio deve essere misurato e non può esprimere giudizi, a meno di non dover riportare dichiarazioni altrui, nella misura in cui costituiscano “notizia”. Se non si attiene a tali basilari prescrizioni, il giornalista conduttore viola il requisito della continenza formale.

Nella cronaca la continenza formale è a presidio dell’obiettività dell’informazione. Una notizia accompagnata dal tono scandalizzato del conduttore, dal suo tentativo di mettere in cattiva luce la persona cui la notizia si riferisce, perde la sua originaria obiettività e si fonde con il giudizio critico del conduttore. Con l’ovvia conseguenza che il telespettatore finirà per acquisire la notizia non nella sua obiettività, ma “sporcata” dalla visione personale che di essa ha il conduttore.

Per questi motivi, la più clamorosa ipotesi di violazione del requisito della continenza formale si ha quando viene espressa una critica in un contesto di cronaca, data la deformazione che inevitabilmente subisce la notizia. Proprio come spesso fa Emilio Fede quando conduce il tg4. Per fare un esempio recente, all’indomani del “No Cav Day” Emilio Fede ha aperto il tg affermando che “Non c’è aggettivo che possa rendere la realtà di quello che è accaduto ieri in piazza Navona”, qualificando i partecipanti “una folla di scatenati che ha mortificato il paese civile” e più volte apostrofando Antonio Di Pietro come “il trebbiatore di Montenero di Bisaccia”, nei cui confronti “fango è l’aggettivo [sic!] più cortese che si possa usare”.

Quello mandato in onda al tg4 del 9 luglio scorso è il classico “editoriale”, pur se di dubbio gusto. Ma è un editoriale a firma dello stesso conduttore, al quale è invece demandata la funzione di garantire l’obiettività e l’imparzialità dell’informazione, evitando qualsiasi “artificio”, come il semplice giudizio critico, che possa suggestionare il telespettatore. L’editoriale, come accade nella carta stampata, va scorporato dalla notizia. Va fatto da un soggetto e in un contesto diversi rispetto alla diffusione della notizia.

Non c’è dubbio, quindi, che la conduzione di Emilio Fede non può trovare legittimità in un sistema democratico, dove “la sovranità appartiene al popolo” (art. 1 Cost.) e la notizia va conseguentemente veicolata in modo tale da garantire al telespettatore (sovrano) di acquisirla nello stesso stato in cui è nata. Poi, la stessa circostanza, frutto del conflitto di interessi, che Emilio Fede sia contrattualmente subordinato al leader della maggiore forza politica rappresentata in Parlamento e capo del Governo, rende il suo tg assolutamente incompatibile con il concetto di obiettività dell’informazione. E lo avvicina al modello del tg di regime, dove il concetto di obiettività della notizia non esiste, essendo la notizia necessariamente “mediata” da chi detiene il potere.

Nessun dubbio nemmeno sulle sanzioni che dovrebbero conseguire ad un simile tipo di conduzione. Tutte le decisioni dell’Autorità per la Garanzia nelle Comunicazioni (Agcom) fanno leva sulla “obiettività, la completezza, la lealtà e l’imparzialità dell’informazione”: formula peraltro presente in tutti i testi di legge che fin qui si sono succeduti nella disciplina del sistema radiotelevisivo, dalla “legge Mammì” del 1990 al Testo Unico sulla Radiotelevisione del 2005 (art. 3). Pertanto, l’Agcom dovrebbe intervenire con una sanzione esemplare a difesa di quello che è un principio irrinunciabile in una democrazia.

Anche da un punto di vista deontologico il comportamento di Emilio Fede è censurabile. La critica espressa in un contesto di cronaca, inducendo il telespettatore a travisare il fatto, finisce per violare il dovere di verità, caposaldo del diritto di cronaca e, tra i doveri del giornalista, quello più pregnante. Un simile tipo di conduzione dovrebbe senz’altro stimolare l’intervento dell’Ordine dei Giornalisti, per sanzionare duramente un comportamento assolutamente incompatibile con i principi che regolano l’informazione in uno stato democratico.
 

 
 
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Salvatore Borsellino: "La strage del '92 è stata strage di Stato"
 
 
 
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Gomez - Berlusconi-Mills: tutto quello che non sapete
 
 
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Il 19 luglio 1992 moriva Paolo Borsellino. Tremo pensando a come lo ricorderanno le autorità: il presidente della regione Sicilia Salvatore Lombardo, il senatore Cuffaro, alcuni onorevoli affiliati al governo, qualche ministro.

Speriamo limitino il cordoglio ad una presenza decorativa. Tremo, immaginando il loro distinguere tra magistrati impegnati a combattere la criminalità e magistrati che «fanno politica» perché scavano nelle italiche vergogne. Tremo perché alle nostre spalle crescono generazioni che sanno poco o niente. Disinformate, distratte. Ogni messaggio ambiguo le allontana dalla concretezza che potrebbe aiutare la speranza mentre il silenzio li condanna all’indifferenza programmata da chi non sopporta la memoria.

Ecco perché Borsellino dovrebbe essere ricordato mandando in onda solo le sue parole: intervista con domande e risposte. Nessuna retorica. Ultima voce del giudice coraggioso assieme alla voce di chi vuol sapere.

Ricominciamo a sciogliere la matassa affari-politica dalla pazienza che ci ha insegnato Il colloquio è del 19 maggio ’92 con i giornalisti francesi Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscati. Nove giorni dopo Giovanni Falcone viene ucciso a Capaci. Borsellino capisce che gli è rimasto un tempo ormai contato. Nel maxiprocesso aveva inchiodato il gotha della mafia assieme a Falcone lasciando intendere a Cosa Nostra che non avrebbero mai smesso di frugare negli interessi di una società in parte segreta e in parte quotata nelle borse dell’economia e della politica. «Devo fare in fretta. Adesso tocca a me». Appena due mesi e la sua vita brucia.

Nel 2000, Rai News di Morrione manda in onda una sintesi di 30 minuti dopo aver tentato di convincere i Tg a presentarne almeno una parte. Niente. Santoro lo fa nel Rosso e il Nero e il Cavaliere e il senatore di casa, Paolo Guzzanti, scatenano la bagarre. Fumo senza arrosto.

È passato tanto tempo ed è il momento di informare i ragazzi quale paese si nasconde dietro il paese delle promesse che suonano. Ascoltiamo Borsellino dando modo a chi ne è coinvolto di rispondere ma lasciando che la gente possa decidere da sola quale verità é credibile. Radio24- Sole 24 Ore lo sta facendo, microfoni non rivoluzionari della Confindustria. Chissà la Rai.

La curiosità francese insisteva nell’avere notizie a proposito di Vittorio Mangano, stalliere nella Arcore di Berlusconi, assunto per la calda raccomandazione del senatore Dell’ Utri.
Racconta Borsellino: «Avevo conosciuto Mangano prima degli anni ’76-’80. Ho istruito nei suoi confronti un procedimento per estorsione ad alcune cliniche private nel palermitano». Buscetta e Contorno, padrini doc, lo indicavano «uomo d’onore di Cosa Nostra».

d- Uomo d’onore legato a Pippo Calò? «Falcone ne aveva intercettato le telefonate. Mangano risiedeva a Milano, era un terminale dei traffici di droga che riconducevano alle famiglie palermitane. Annuncia al telefono ad un mafioso sotto controllo l’arrivo di una partita di magliette e cavalli, gergo dal significato ormai accertato: lo avevamo decifrato in altre istruttorie e ogni istruttoria venuta dopo ne ha confermato l’interpretazione. Parlavano di stupefacenti».

d- Dell’ Utri c’entra? «Credo sia aperta a Palermo un’indagine col vecchio rito processuale nelle mani di un giudice istruttore, ma non me ne sono interessato».

d- Si tratta di Marcello o del fratello Alberto Dell’Utri, entrambi Publitalia? «Sì».

d- Nell’inchiesta di San Valentino c’è un colloquio tra Vittorio Mangano e Dell’Utri in cui si parla di cavalli?
«Nelle intercettazioni ascoltate nel maxiprocesso si parla di cavalli da consegnare in albergo. Non credo potesse trattarsi effettivamente di cavalli. Se qualcuno deve recapitare un cavallo lo porta all’ippodromo o al maneggio. Non in albergo».

d- Le sembra strano che certi personaggi, protagonisti dell’economia come Berlusconi e Dell’Utri, siano collegati con uomini d’onore tipo Vittorio Mangano?
«All’inizio anni ’70 Cosa Nostra comincia a diventare un impero nel senso che attraverso l’inserimento quasi monopolistico nel traffico di stupefacenti, gestisce una massa enorme di capitali per i quali cerca uno sbocco. Questi capitali in parte vengono esportati e depositati all’estero e allora si spiega la vicinanza tra Cosa Nostra e certi finanzieri».

d- Mangano era un pesce pilota?
«Apparteneva a quei personaggi teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel nord Italia».

d- Si dice abbia lavorato per Berlusconi … (al momento dell’intervista la notizia non era ufficialmente confermata).
«Non lo saprei. Come magistrato ho una certa ritrosia a dire cose di cui non sono certo. So che esistono indagini in corso… », per scoprire se Mangano era stalliere nella villa di Arcore. «… ma è una vicenda che non mi appartiene».

d- Può confermare se l’inchiesta è aperta?
«C’è un’inchiesta ancora aperta».

La seconda intervista risale a cento giorni fa. Vigilia delle elezioni. Berlusconi raccoglie e rafforza lo sdegno di Dell’Utri. Senza spiegare la ragione, il senatore esplode nella difesa di Mangano. Non si capisce come mai, quando il voto è vicino, Mangano sepolto da tempo, l’improvvisa frenesia dell’incensare il passato di un protagonista per le meno controverso.

Analisti maligni lo hanno interpretato come messaggio tranquillizzante ad amici siciliani. Può essere un’ ipotesi al veleno, nervi elettorali elettrici. «Vittorio Mangano era il fattore di Arcore, non uno stalliere», precisa Berlusconi. «Pur essendo in carcere malato e sollecitato dai pubblici ministeri, eroicamente non inventò mai nulla contro di noi. Sarebbe uscito di prigione se ci avesse accusati». Uomo di vero onore, insomma. Il risultato elettorale siciliano gliene dà gloria.

Ma ricordare per un giorno, una settimana, magari un mese la lealtà di Borsellino non può bastare. Che i ragazzi non sappiano come si sono formati i gestori dell’ Italia 2000 lo hanno capito gli spettatori di una certa età nelle sale dove si proietta «Il divo», misteri cangianti di Giulio Andreotti raccontati da Paolo Sorrentino che è poi la storia politica dagli anni ’70 ad oggi.

Sussurri nel buio di trentenni e quarantenni che perdono la bussola: «Sindona? L’ho già sentito nominare». «Perché Moro si è arrabbiato quando il ministro degli esteri Andreotti va a trovarlo di nascosto a New York». «Gelli, so chi è. È scappato da una prigione svizzera e si è fatto crescere i baffi. Ma lo hanno preso». «Cosa c’entra la P2 con Piazza Fontana?». Berlusconi piduista come i generali argentini? Cicchitto piduista come il capo del suo partito Berlusconi?». «Adesso ti dico un nome del giornalista P2 che non ti aspetti… ». Cinema-brusio. Ripassi frettolosi inseguendo le immagini, ma appena casa i ragazzi non più ragazzi accendono la Tv, ritrovano gli uomini incappucciati che fanno la morale.

Sbaglia il film o l’indulgenza dei giornalisti tappeto accompagna la decadenza dei tempi ?
Rispondo al professore di un lice milanese, padre con due figli fra i banchi: bella l’idea rivisitare assieme agli studenti la storia d’ Italia attraverso i film. Aggiungo all’elenco che è arrivato: «Le mani sulla città», di Francesco Rosi. Spiega la Napoli di oggi e le fortune dei palazzinari. «

Un eroe borghese», di Michele Placido ispirato dallo straordinario romanzo-verità di Corrado Staiano. È la storia dell’avvocato Giorgio Ambrosoli nella Milano da bere, anni craxiani. Viene ucciso da un killer che Sindona manda da New York. L’avvocato stava scoprendo pagine che inquietavano non solo il fallimento della Banca Privata del finanziere siciliano, ma gli intrecci tra mafia e P2, Ior vaticano di Marcinkus, scalata al Corriere della Sera, insomma l’Italia i cui protagonisti galoppano ancora. Ambrosoli apparteneva alla borghesia della Milano di una volta: ogni impegno era un impegno, proibito l’imbroglio.

Anche «Il giudice ragazzino» di Alessandro de Robillant, ricostruzione di Nando Dalla Chiesa della morte violenta di Rosario Livatino, procuratore ad Agrigento. E «Il caso Moro» di Giuseppe Ferrara, e «I banchieri di Dio», P2, Vaticato e Roberto Calvi che si impicca nel ponte dei frati neri di Londra. E «La classe operaia non va in paradiso», tanto per far capire come dopo tanti anni a perdere sono sempre gli stessi, stretti tra gli egoismi del potere e l’infantilismo della sinistra visionaria. Sullo sfondo l’eterno Andreotti e chi ne ha preso il posto con le apposite Tv: identificazione completa della politica in quanto scienza del potere. I successori hanno solo aggiunto gli affari.

Attraverso le ombre dello schermo la storia si trasforma nel romanzo di un paese, aiutando gli incolpevoli malinformati a capire cosa nascondono le parole che una pattuglia di politici ancora distribuisce per sfumare il loro passato. Le ultime parole di Borsellino possono diventare il primo film di un’educazione senza ipocrisia; immagini che aiutano a sfogliare libri e giornali. Aspettiamo che la Rai faccia la scelta giusta, naturalmente.
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